Persuasi di essere migliori, per definizione

Oggi sappiamo che Scalfari sbagliava, nonostante egli fosse fra i pochi in Italia in quei giorni ad avere la consapevolezza dei problemi rappresentati da quelle carte, essendo al corrente delle affermazioni del generale Galvaligi, ma la volontà di piegare la realtà alla necessità, come egli scriveva, di «combattere una battaglia importante, una battaglia politica» contro il «partito della trattativa» faceva premio su qualsiasi altra considerazione. Coerentemente, il direttore de «la Repubblica» spiegò in un’intervista che «il caso Moro – e più in generale le Brigate Rosse – rappresentò la vera fondazione del giornale».
In effetti, le modalità con cui l’evento fu raccontato rivelano la matrice e l’indubbio valore professionale di un giornalismo impegnato, non inteso però come contropotere informativo all’anglosassone, ma come antipolitico all’italiana, che avrebbe richiesto la strutturazione di un quotidiano robusto e originale da schierare nella lotta quotidiana per supplire alle presunte carenze dei partiti e per provare a stimolare la loro azione dall’esterno in nome e per conto di un pubblico di lettori persuaso di essere per definizione migliore dei suoi rappresentanti

M. Gotor, Il memoriale della repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Einaudi, p. 120 s.

(in poche righe, chi è Scalfari, cos’è «la Repubblica», cos’è il giornalismo italiano, chi sono gli italiani, chi sono i lettori de «la Repubblica» ma anche non)