Un fertile humus antipolitico sembra tenere insieme le campagne antisistema degli anni Settanta e quelle antipartitocratiche del trentennio successivo. A legarle è il filo di un’indignazione che, per fortuna, ha mutato i suoi strumenti di denuncia e di offesa, ma non ha cambiato il suo obiettivo di squalificare la credibilità della politica in blocco e delle istituzioni in quanto tali, senza differenziazioni, qualitative e quantitative, e senza gradazioni di responsabilità. Ciò continua ad avvenire in base a una presunta purezza morale individuale e a una sicura deresponsabilizzazione comunitaria, due tratti tipici del cosiddetto “uomo qualunque”, la cui psicologia, già nel 1945, venne tracciata in modo esemplare dal filosofo morale Umberto Segre, che riprendeva temi propri della tradizione antiparlamentare italiana di fine Ottocento.
— M. Gotor, Il memoriale della repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Einaudi, p. 468.
Le altre componenti del «partito armato» avrebbero reagito alla sconfitta, elaborando una contrapposizione teorica postuma e fittizia tra i corpi «visibili» cattivi – Br e Stato – dediti rispettivamente alla lotta armata e alla sua repressione e i cosiddetti «invisibili»: i giovani buoni, innocenti e libertari del movimento del 1977, i quali sarebbero rimasti schiacciati da uno scontro tra apparati contrapposti che non li avrebbe minimamente riguardati. Una bella favola, buona per addormentarsi negli anni Ottanta senza troppi rimorsi, per poi risvegliarsi, nel decennio successivo, improvvisamente dall’altra parte: indifferenti, qualunquisti, inquieti, annoiati, di destra o, al massimo, ecologisti, gran gourmet dello slow food, pensionati baby da diciannove anni, sei mesi e un giorno e poi lavoratori in nero (antiquari, librai, piccoli editori, commercianti di tessuti indiani e bonghi africani, gestori di vinerie e ristorantini con le torte fatte in casa), comunque ancora e sempre contro, antipartitici e antipolitici.
Come se nulla fosse mai accaduto e si fosse trattato solo di un lungo sogno in cui la nostalgia e la tenerezza per la giovinezza perduta avessero progressivamente preso il sopravvento sui cattivi ricordi, quegli spari alla cieca nascosti nel gruppo quando la celere caricava, gli assalti alle armerie, le auto bruciate, l’ammirazione, sincera e appassionata, per le gesta delle Br, la mancanza di coraggio nel seguirle, quella sprangata di troppo, un po’ per odio contro il fascista, un po’ per emendare la propria paura di andare fino in fondo per davvero. Da apocalittici a integrati, nel corso di una lunga notte, ma sempre arrabbiati e insoddisfatti, alla perenne ricerca di qualcosa, forse dell’antico brivido rimosso o del fastidio per questa democrazia parlamentare con i suoi giochi di «palazzo». Questa noiosa, burocratica, lenta democrazia che non riusciva proprio a stare al passo con i sussulti narcisistici e il soggettivismo consumatore di ognuno
— M. Gotor, Il memoriale della repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Einaudi, p. 348 s.
Notizie, si sa, a un certo livello non esistono. Esistono invece “fughe di notizie”. Cioè quelle soffiate, quelle “indiscrezioni” con cui ciascun centro di potere in questa Repubblica pluralistica cerca di condizionare, ammonire, minacciare, altri centri di potere. In questo senso, parlare di “giornalisti-spia” è parlare di acqua fresca. Il giornalista è insieme una spia e il suo contrario. Spia in quanto per accedere a certe informazioni deve stabilire dei contatti con determinati centri di potere, magari tappandosi il naso, ma senza timori virginali sul candore delle proprie mani. Antispia, perché offre subito al suo pubblico ogni indiscrezione della quale entra in possesso. Il giornalista, insomma, può correre il rischio di diventare uno strumento altrui, può non comprendere subito dove andranno a sfociare iniziative determinate alle sue spalle, ma certo mai e poi mai uno che ha il vizio della penna potrà prestarsi alle clandestine omertà del mondo spionistico.
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Mino Pecorelli, Giornalisti su Marte (ehm, no, cioè) Giornalisti spia e anti, in Op, 17 dicembre 1976
In the curious way we elect our presidents – so bemusing to many foreigners – Hillary Rodham Clinton got more of the people’s vote than Obama in the primaries: 18,223,120 to his 18,011,877. Neither candidate received enough delegates from state primary races and caucuses to reach a majority at the party convention, but “superdelegate” votes pushed Obama over the top.

«Vi invito a cena. Abito in quella che chiamano “la casa del milagro”, sapete dov’è? C’è una targa sul muro che racconta tutta la storia del famoso miracolo. Un giorno san Vicente Ferrer bussa alla porta proprio all’ora di pranzo. Quelli della casa non avevano niente da dargli, e allora fanno un bello spezzatino del figlio più piccolo e lo mettono in pentola. Però poi, al pranzo, tutti piangevano, e san Vicente vuol sapere come mai. Loro glielo spiegano e lui, impietosito, rimette insieme i pezzi del bambino e lo fa spuntare vivo e sano dalla pentola. Un bel miracolo, ne converrete».
«Mon Dieu!», esclamò Nourissier sottovoce.
A. Giménez-Bartlett, Dove nessuno ti troverà, Sellerio 2011, p. 203
Oggi sappiamo che Scalfari sbagliava, nonostante egli fosse fra i pochi in Italia in quei giorni ad avere la consapevolezza dei problemi rappresentati da quelle carte, essendo al corrente delle affermazioni del generale Galvaligi, ma la volontà di piegare la realtà alla necessità, come egli scriveva, di «combattere una battaglia importante, una battaglia politica» contro il «partito della trattativa» faceva premio su qualsiasi altra considerazione. Coerentemente, il direttore de «la Repubblica» spiegò in un’intervista che «il caso Moro – e più in generale le Brigate Rosse – rappresentò la vera fondazione del giornale».
In effetti, le modalità con cui l’evento fu raccontato rivelano la matrice e l’indubbio valore professionale di un giornalismo impegnato, non inteso però come contropotere informativo all’anglosassone, ma come antipolitico all’italiana, che avrebbe richiesto la strutturazione di un quotidiano robusto e originale da schierare nella lotta quotidiana per supplire alle presunte carenze dei partiti e per provare a stimolare la loro azione dall’esterno in nome e per conto di un pubblico di lettori persuaso di essere per definizione migliore dei suoi rappresentanti
M. Gotor, Il memoriale della repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Einaudi, p. 120 s.
(in poche righe, chi è Scalfari, cos’è «la Repubblica», cos’è il giornalismo italiano, chi sono gli italiani, chi sono i lettori de «la Repubblica» ma anche non)